Oscar come miglior film in lingua straniera, Io sono ancora qui è la storia di una famiglia colpita dalla dittatura militare brasiliana che “governò” il paese dal 1964 al 1985.

Qui in Italia ricordiamo meglio la dittatura argentina e quella cilena, ma la verità è che negli anni 70 e 80 tutti gli stati dell’America del Sud sono stati feriti ed umiliati da dittature militari. E quella brasiliana è, in ordine di tempo, la più vecchia e quella che è durata di più.

Brasile: 1º aprile 1964 al 15 marzo 1985 – ventuno anni
Argentina: 24 marzo 1976 al 10 dicembre 1983 – sette anni
Cile: 11 settembre 1973 – 11 mar 1990 – tredici anni
Perù:  3 ottobre 1968 – 28 luglio 1980 – dodici anni
Uruguay: 27 giugno 1973 – 1º marzo 1985- quindici anni

Il film racconta attraverso gli occhi del figlio minore Marcelo, diventato scrittore di successo, la storia della famiglia Paiva, il cui padre, ex deputato laburista, fu prelevato nel 1970 dall’esercito e fatto sparire. Anche la moglie finì in carcere per una decina di giorni, così come una delle figlie. Loro tornarono a casa. Il padre mai.

Il film, quindi, è centrato sulla mostruosità umana e sulla reazione altrettanto umana e resiliente, come si dice oggi, della moglie, che rientrata a casa nel dolore e nell’angoscia senza isterie riorganizza la famiglia. Senza smettere di lottare un attimo per avere notizie del marito, vendendo quello che può e appoggiandosi ai propri genitori garantisce ai cinque figli una vita il più possibile normale. Una eroina, magnificamente interpretata da Fernanda Torres.

Normalità e razionalità nella tensione: normalità quando ad inizio film si vedono camion carichi di militari armati che passano lungo il lungomare di Rio. Normalità di un posto di blocco in galleria. Normalità dell’esercito schierato in aeroporto quando la figlia maggiore rientra da Londra. Normalità quando la tv annuncia il sequestro dell’ambasciatore svizzero e la cena con gli amici prosegue tra i commenti preoccupati dei più.

Normalità nella eccezionalità: lui scomparso, lei va in banca a ritirare i quattrini che le servono per mandare avanti la famiglia e il bancario, amico, le risponde che non può perché il conto è intestato solo al marito e quindi serve la sua firma. Ma lui non si sa dove è. E allora lei “normalmente” licenzia la domestica perché non può più permettersela, vende tutto quello che può e si trasferisce a casa dei nonni, lasciando la magnifica casa sulla spiaggia abitata fin lì felicemente.

Una eroina. Ma quante madri e padri sono stati altrettanto eroici nel convivere con una situazione che di normale aveva poco o niente.

I filmati in superotto con la famiglia felice sulla spiaggia di Rio si alternano ai girati in casa, in carcere, in banca, in chiesa. I filmati in superotto seguono i figli felici vent’anni dopo e inquadrano i nipoti e lei, la protagonista, affetta da Alzheimer e bloccata su una sedia a rotelle. Normalità nella eccezionalità.

Lei, la moglie, in tutto il film continua a lottare. Per cosa? Per ottenere una cosa normale: il certificato di morte del marito, quello che certifica da parte dello Stato che non è sparito nel nulla, ma è stato ucciso.

Questa normalità nella sofferenza, questa compostezza è, dicevo, eroica, ma al tempo stesso ci interroga su cosa sia normale. Molti di chi legge qui hanno vissuto gli anni di piombo. Era normale? Era normale uscire per andare a bere una birra con gli amici e scoprire che magari poco più in là qualcuno aveva ammazzato qualcun altro per “ragioni politiche”? Era normale schierarsi giustificando gli uni e condannando gki altri? Era normale essere fermati dalla polizia e tenuti fermi un’ora perché avevi la barba lunga? O magari scoprire che in macchina chissà come era spuntata una pistola che nessuno dei presenti diceva di aver mai posseduto? O fermarsi ad un incrocio e vedere che tra i due che litigano lì davanti a te, uno ha in mano un revolver?

Sapevamo che non era normale, ma era normale che accadesse. Non toccava la vita di noi che andavamo a bere la birra. Belle domande, specie oggi che le maggioranze sempre più sembrano insofferenti alle minoranze. Belle domande, da cui emerge una unica risposta: il potere dello stato deve essere contenuto da leggi che proteggano le minoranze e da una magistratura che abbia il potere e la forza per farle rispettare.

Film da vedere, certo. Bel ritratto di una famiglia normale in tempi che di normale avevano ben poco. Quelli in cui tutti noi sessantenni siamo cresciuti.