Due ore abbondanti di spettacolo, bellissimi costumi e recitazione appropriata. Il testo? perché?
Lo spettacolo si basa sul testo che Peter Shaffer scrisse nel 1978 ispirandosi al microdramma di Puskin Mozart e Salieri. Ciò che Puskin sviluppò in un atto e due scene, in Shaffer diventa due atti e innumerevole scene. Dal testo di Shaffer, Milos Forman trasse il fortunato film che nel 1984 vinse otto premi Oscar.
La vicenda si inventa che Salieri in punto di morte fece girare la voce di aver a suo tempo avvelenato Mozart. Questo perché consapevole che la propria musica non sarebbe stata mai ricordata, mentre quella di Mozart (e quindi il suo nome) sì.
Dalla sedia a rotelle su cui è ormai incastrato Salieri si alza e ricorda e racconta gli avvenimenti che portarono Mozart alla corte imperiale austriaca, al suo matrimonio e alla sua morte in piena indigenza.
Nella ricostruzione teatrale (pare non basata su una adeguata ricostruzione storica) Salieri è la causa prima dell’indigenza di Mozart e poi della sua morte. Che Salieri posso essere la causa (o aver contribuito con atti o omissioni) dell’indigenza mozartiana è ragionevole credere, anche se certamente il carattere immaturo del genio di Salisburgo (le sue intemperanze fisiche e sessuali) deve aver ben influito sull’assenza di allievi e, soprattutto, allieve. Viceversa, che Salieri abbia avvelenato Mozart non risulta e stupisce che sia una diceria nata, appunto, trent’anni dopo la morte del giovane genio.
Tutto ciò premesso lo spettacolo, pur recitato con maestria e leggerezza, è a tratti di una noia degna di nota. Che a suo tempo (1979 e anni seguenti) abbia avuto un successo clamoroso non stupisce: l’intelligente ricostruzione (per quanto appunto non suffragata dai fatti – la prima fake news del teatro? no, di certo), l’assoluta novità della bizzarria del carattere mozartiano che lo rendeva un antesignano della rivolta giovanile in quegli anni (1978, ripeto) appena trascorsa il tutto unito alla riproduzione della sublime musica mozartiana faceva sì che il pubblico andasse in estasi (come confermano, appunto, gli otto oscar al successivo film).
Ma oggi quel testo non appassiona visto che l’invidia e l’odio del Salieri al confronto degli attuali haters sembrano sentimenti da dilettante. Inoltre il testo rimane indeciso, sentito oggi, tra l’elogio del genio mozartiano e i dilemmi morali del Salieri, non approfondendo né l’uno, né l’altro.
Cosa poi ci azzecchi il lungo e fastidioso pianto della moglie sul corpo di Mozart morente con l’invidia del Salieri rimane un mistero della mente dell’autore e dei registi. Quel pezzo è, peraltro, particolarmente fastidioso perché la povera Valeria Andreanò è costretta a recitarlo ad un tono altissimo e stridulo visto che sotto, contemporaneamente, la regia fa partire a tutto volume il Requiem di Mozart. Boh??
In ogni caso, lo spettacolo non vale il biglietto, a meno che non si provi gioia e diletto solo nella dizione dei bravi attori e nella stoffa dei magnifici costumi.
In scena all’Elfo Puccini fino al 2 marzo.
PS: che vita il povero Mozart! Dai sei anni in su, mai un momento a casa sua, ma sempre in giro per le corti europee. Detto oggi fa già impressione. Immaginatevi allora. In carrozza da Salisburgo a Napoli, o a Parigi o a Londra. Un ragazzino solo con la sua musica. Senza amici, senza compagni. Solo la sorella e il padre. Che vita!! Non stupisce che sia rimasto immaturo, come raccontano le sue lettere e i racconti altrui. Che vita!! Grazie alla quale oggi possiamo godere di quelle note. Il dubbio rimane: forse ne avremmo ascoltate ancora più belle se si fosse permesso al giovane Wolfgang di crescere in maniera equilibrata. Forse.





