Marco Grando ci segnala questo che leggiamo essere stato un caso editoriale in Olanda.

A questo proposito Marco ci scrive: “Due coniugi olandesi settantenni vivono in un paese a nord di Boston. In breve tempo la mente di Martin perde colpi fino a svanire. Un viaggio in prima persona dove ricordi e realtà si confondono sempre più. Una bellissima, triste riflessione tra perdita della realtà, percezione, memoria e linguaggio. Quello che a me ha suscitato particolare interesse è il fatto che è stato scritto nel 1984. Non da tutti confrontarsi così lucidamente già 40 anni fa con un problema purtroppo sempre più attuale.”

Dalla presentazione dell’editore:

Nella sua prima traduzione italiana, uno dei romanzi più importanti del Novecento olandese: un classico moderno che in patria ha venduto quasi un milione di copie e continua a formare nuove generazioni di lettori.
I coniugi olandesi Maarten e Vera, settantenni, vivono da tempo negli Stati Uniti, sulla costa a nord di Boston. Vedono raramente i due figli, Kitty e Fred, che abitano nei Paesi Bassi. La loro è una vita abitudinaria, scandita da piccoli riti: le passeggiate con il cane Robert, le visite dei vicini, le puntate al pub locale, la pizza della domenica. Il mondo di Maarten comincia a sgretolarsi quando una mattina si affaccia alla finestra e non trova quello che si aspettava: al posto dei bambini chiassosi in attesa dello scuolabus, vede soltanto un paesaggio innevato. «È domenica», gli ricorda Vera. Per la prima volta, Maarten si accorge di provare una «sensazione di momentanea assenza in piena coscienza, un senso di smarrimento, di spaesamento». Il suo primo istinto è quello di dissimulare, minimizzare, non farne parola con la moglie prima di capire perché il passato e il presente sempre più spesso si confondono e i ricordi diventano un’illusione sfuggente…
Chimere è un romanzo sulla memoria, sul conflitto tra realtà e percezione, ma anche una riflessione sulla lingua come strumento che plasma e disfa l’esistente. Con una scrittura gentile, senza mai concedersi sentimentalismi, Bernlef riesce a infondere nelle pagine di questo suo piccolo capolavoro un’umanità quasi palpabile, che avvince e commuove.