Oggi pomeriggio alle 18.30 Tina Ventura (alias Isabella Millenotti) presenta e commenta il proprio Particelle minime in piazzale Accursio 5 a Milano presso la Biblioteca Accursio. Queste sono le riflessioni di Sandro Frera a questo proposito.


Parlare di un libro così intimamente femminile da parte di un maschio è difficile. Mi verrebbe da dire scivoloso, perché facilmente si scivola nella banalità, o, al contrario, nella incomprensione. In generale per chi come me vive da più di quarant’anni una unione felice (ma bisognerebbe chiedere a mia moglie) si passa da una incredulità iniziale alla piena coscienza dettata dalla lettura quotidiana dei giornali.

Non che i racconti qui raccolti parlino della violenza efferata che ogni giorno leggiamo sui quotidiani, quanto piuttosto, salvo uno, di quella violenza psicologica che è ahimè ancora più comune. In questi racconti, infatti, ci sono mogli e fidanzate che si liberano di un maschio violento e/o da un amore tossico o da un ambiente che le costringe e le soffoca.

La domanda che sorge immediata e spontanea in un lettore è: ma chi siamo noi maschi? Che mostri siamo? Dopo la cesura del sessantotto, che a sua volta faceva seguito a settant’anni circa di lotte femminili, noi maschi siamo cambiati? Siamo intimamente cambiati? Le cronache ci dicono di no: violenza psicologica e fisica, quando non stupri, mutilazioni, omicidi, torture. Che mostri siamo noi maschi?

Elisa Claps, Cristina Golinucci, Tatiana Andújar, Mokhataria Chaïb, Marie-Hélène Gonzalez, Giulia Cecchettin, Yara Gambirasio, Giulia Tramontano e via, via una serie infinita di vittime di fidanzati, mariti, sconosciuti. Che mostri siamo noi maschi?

Breve digressione etimologica: fin qui non parlo di uomini, ma di maschi, perché uomo ha un significato talmente generico che confonderebbe (vedi la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo), mentre nel concetto di maschio si annida quell’idea di forza fisica e di autorità che è, secondo me, uno dei nemici da battere.

E allora ha ragione chi ha scritto questi racconti: le anime belle (maschi e femmine) che si cullano nei loro matrimoni felici, unioni stabili nel rispetto reciproco, innamoramenti non dimentichi del sé per dimenticare o sottovalutare tutto questo, non leggendo e approfondendo, quando non addirittura proprio sottovalutando o peggio accusando (se la è cercata con minigonne, ammiccamenti, sbronze, fumate) non vogliono vedere in che mondo viviamo, Questi, i maschi rispettosi, sono una minoranza, una felice minoranza da additare quando non si vuole guardare la luna.

La luna, invece, è questa: maschi prepotenti, maschi violenti, maschi egocentrici e narcisi, maschi pericolosi, specie quando viene messa in dubbio la loro autorità o quello che ritengono essere il loro stabile mondo.

Il maschio trova nella forza e nella violenza una soluzione. Non si svita: lo rompo. Non si apre: lo strappo. Il matrimonio non funziona: lo cancello. La cancello.

Non è così. Non deve essere così.

Diceva una esperta: nel momento in cui una donna decide di interrompere una relazione, lì sorge il massimo pericolo. Chi sei tu per lasciarmi? Con che diritto? E scatta la violenza. E questa violenza scatta anche quando la donna è autonoma e ha un proprio reddito, figuriamoci quando non lavora e quindi dipende dal marito o compagno per ogni grande o piccola esigenza anche personale. In quest’ultimo caso lo stato, noi, dovremmo non solo difendere (e già lo facciamo male), ma anche sostenere fisicamente (case protette) ed economicamente quelle scelte di liberazione.

Tutti questi sono i pensieri che questo libro suscita, anche e soprattutto perché, dicevo, qui si raccontano storie di donne che ce l’hanno fatta, chi meglio, chi peggio a ribellarsi, a fuggire, a sfidare e vincere questa prepotenza, violenza, narcisismo. Una minoranza, si direbbe.

Un libro quindi da leggere, dolorosamente da leggere, specie da parte di chi, come me, dicevo all’inizio, vive da più di quarant’anni una unione felice.