Da Marco Bettelli riceviamo questa recensione del docufiction del 1976 in onda su RaiPlay.

Marco ci scrive:

Rovistando nel ricco repository di Raiplay mi sono imbattuto in questo vero e proprio gioiello prodotto dalla TV pubblica italiana nel 1976 e trasmesso, ai tempi, sul secondo canale RAI.

Si tratta, per chi non lo conoscesse (ma all’epoca ebbe un certo successo) di una docu-fiction tratta da un libro di Maricla Boggio che narrava la vita di Marisa Canavesi, una giovane donna fino ad allora ignota alle cronache, che l’intelligente autrice sia del libro che del documentario scelse come esempio della condizione femminile dell’epoca (e non solo).

La preziosità di questo che ormai è divenuto un documento storico, è sottolineata dal fatto che Rai Teche ha meritoriamente deciso di restaurarlo e, appunto, di riproporlo alla visione.

Sono molte le ragioni di una tale importanza, qui vorrei sottolinearne alcune legate in parte anche al background socio-economico e socio-culturale di tanti della mia generazione.

Marisa, madre giovane e un po’ in carne, si sveglia di buon mattino e la sua beauty-routine consiste nello sciacquarsi tre o quattro volte la faccia e nello spazzolarsi velocemente i folti capelli neri, rigorosamente all’indietro ma evitando la zona della nuca. Questa immagine rimanda immediatamente all’Anna Magnani di Bellissima che si rassetta allo specchio, ma, per uno strano fenomeno di inversione spazio-temporale, la pur celebre e illustre copia di finzione risulta più antica del nostro originale di realtà.

Marisa sveglia amorevolmente i suoi due figli maschi che vivono con lei, di cui uno ancora non va a scuola ed è visibilmente vivace. Un marito o un compagno in casa non c’è, scopriremo in seguito le ragioni di questa assenza. Subito ecco la prima sorpresa, dopo i primi minuti di quella che poteva apparire come una fiction, tipo Famiglia Benvenuti, irrompe la realtà sotto forma di una regista che è anche intervistatrice con una piccola troupe televisiva al seguito.

Certamente un’originale novità stilistica per il pubblico televisivo dell’epoca. La capacità e la grazia con cui Maricla Boggio annoda i diversi piani narrativi, che mette in luce la sua doppia natura di attrice/autrice teatrale e di antropologa sul campo, alla De Martino, si evincono proprio dall’equilibrio che si instaura tra il racconto come puro intrattenimento, che sono i discorsi di Marisa sulla sua vita quando allegri quando drammatici, e le domande di chi è li per l’inchiesta di tipo socio-antropologico. Come mai Marisa è sola con due figli? Come li mantiene? Quali sono le sue attività quotidiane? E Marisa risponde, o meglio racconta.

La narrazione che Marisa intreccia, mentre la accompagniamo al lavoro la mattina presto per pulire un ufficio dall’altra parte della città tirandosi dietro il figlioletto più piccolo, ci restituisce una donna in qualche maniera risolta, nonostante tutti i problemi materiali che ha dovuto e deve ancora affrontare.

Il background di Marisa è quello di una povertà estrema vissuta da bambina nel secondo dopoguerra in un paesino non lontano da Roma. Le immagini della sua casa natale sono desolanti, come desolante doveva essere stata la sua infanzia con i fratellini e sua madre, il padre li aveva abbandonati.

Più tardi la famiglia decide di trasferirsi a Roma, che non è per niente la città che conosciamo adesso, costellata com’era tutt’attorno alla sua fascia periferica da baraccopoli più o meno vaste.

Marisa, ancora adolescente, finisce in una di queste vere e proprie favelas, abitate da italiani beninteso. Per caso conoscerà il suo futuro ex marito, con il quale avrà una relazione felice finché è durata. Negli anni della vita in borgata entra in contatto con le prime organizzazioni di cittadini che lottano per alcuni diritti essenziali, primo fra tutti una casa degna di questo nome.

Poco a poco cominciamo a capire perché Marisa, nonostante sia priva di istruzione possedendo solo la famigerata Quinta elementare (famigerata perché da sempre indicatore dell’impossibilità di proseguire gli studi), esponga il suo racconto con proprietà di linguaggio, capacità di sintesi, rigore logico e molta leggerezza anche nei momenti emotivamente più critici.

Il Comitato di Base che ha preso a frequentare, organizzato da un sacerdote cattolico quindi non un pericoloso sovversivo, le ha permesso attraverso gli incontri, le letture e il confronto, di avviare il suo processo di emancipazione. Marisa lo dice chiaramente: pensavo di essere destinata a condurre la vita in un certo modo – cioè a vivere in una baraccopoli – ma mi sono resa conto che potevo aspirare ad altro, che avevo diritto ad altro – cioè a una casa popolare in un condominio di cemento e mattoni. Sostanzialmente questa era negli ’70 la lotta per la casa in Italia.

Ma c’è di più. Marisa, che ora vive felice nel suo dignitoso appartamento con i due figli che cresce da sola, al ritorno dalla giornata di lavoro ci porta a una riunione del collettivo femminista del quartiere, perché, si sa, l’appetito vien mangiando e Marisa oltre a una coscienza di classe ne ha sviluppata pure una di genere.

Grazie a Marisa e a Maricla Boggio che dirige le riprese, assistiamo a frammenti di questa riunione – un vero documento epocale – dove, tipicamente, si confrontano ceti diversi ma accomunati qui dall’unica esigenza di rivendicazione dei diritti delle donne. Ci sono ragazze giovani e meno giovani, ma soprattutto borghesi istruite e sottoproletarie semianalfabete. L’interclassismo tipico di queste felici fasi storiche, che era emerso anche dalla relazione tra l’autrice-regista e Marisa, si ripropone qui con i dialoghi tra compagne. Una in particolare chiede a gran voce che le sia concesso l’uso della sala per organizzare dei corsi sulla condizione della donna dal 1700 a oggi tenuti non da lei, che non ne sa nulla e che però vuole imparare, ma da studentesse universitarie che volentieri si presterebbero. Marisa che è stata lasciata da ben due uomini non troppo coraggiosi, anche se non in maniera traumatica, ma comunque con due figli da crescere, ha capito che il conflitto oltre che sociale può essere anche tra i sessi. Del resto Carla Lonzi nello stesso periodo suggeriva di sputare su Hegel.

Verso sera, e al termine del documentario, Marisa e Maricla si ritrovano insieme alla troupe in quello che sembra essere il soggiorno di casa. Sono sedute vicine a commentare i fatti della giornata e della vita di Marisa, che appare sinceramente soddisfatta di ciò che ha raggiunto: una casa, il lavoro, i due figli e soprattutto una coscienza di sé. Inoltre, la generosità e l’empatia che Marisa ha sviluppato ascoltando i bisogni delle altre donne l’hanno portata ad aprire la sua stessa casa e ad accogliere ragazze bisognose, per varie ragioni, di un tetto sulla testa; una condizione che lei aveva conosciuto bene in passato. Questo la rende felice.

Quella di Marisa della Magliana è una storia che parla di bisogni materiali e diritti sociali, ma anche, e contestualmente, di emancipazione e di diritti civili. Allora si era affermata la consapevolezza che queste cose dovessero essere conquistate insieme, perché senza le une non potevano esserci le altre. Rivedere e riascoltare la storia di Marisa, forse, potrebbe aiutarci oggi a immaginare una strada nuovamente percorribile per affrontare simili problemi senza essere divorati dalla Scilla del pensiero Woke e dal Cariddi dei Populismi.