Come ogni mese Luca, titolare della libreria Il Tempo Ritrovato di Corso Garibaldi a Milano, ci manda i dieci titoli più venduti il mese prima. Unita alla analoga classifica di Chiavari, l’insieme delle due costituisce un utile e completo suggerimento di lettura. Chiavari grandi case editrici, Milano case editrici minori. Al solito sotto la classifica una breve sinossi dei vari libri.
1° – Cronorifugio di Georgi Gospodinov – @voland
2° – Ritornerai a Isfahan di Mostafa Ensafi – @ponte33
3° – Sangue di pesce di Jirí Hájícek – @keller
4° – Élise o la vera vita di Claire Etcherelli – @lorma
5° – L’ora di Agathe – Anne Cathrine Bomann – @iperborea
6° – Il fucile da caccia di Inoue Yasushi – @adelphi
7° – La valigia di Sergei Dovlatov – @sellerio
8° – I detective selvaggi di Roberto Bolaño – @adelphi
9° – Nuotare con un elefante tenendo in braccio un gatto di Yoko Owaga – @ilsaggiatore
10° – L’estate in cui mia madre ebbe gli occhi verdi di Tatiana Tibuleac – @keller#
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1° – Cronorifugio di Georgi Gospodinov – @voland: Gaustìn, un bizzarro personaggio che vaga nel tempo, inaugura a Zurigo una “clinica del passato” dove accoglie quanti hanno perso la memoria per aiutarli a riappropriarsi dei loro ricordi. Ogni piano dell’edificio riproduce nei dettagli un decennio del secolo scorso, e la prospettiva di un confortevole rifugio dal presente finisce per allettare anche chi è perfettamente sano. In Europa intanto viene indetto il primo referendum sul passato e la campagna elettorale si fa ben presto movimentata… Il nuovo, attesissimo romanzo di Georgi Gospodinov ci porta a Zurigo, Sofia, Vienna, Sarajevo, Brooklyn, e in altri luoghi e tempi, e ci mette di fronte a tutta l’incertezza del futuro, mescolando satira e nostalgia, storia e ironia, in un irresistibile viaggio nello sconfinato continente di ieri.
2° – Ritornerai a Isfahan di Mostafa Ensafi – @ponte33: Shamim Shamse, affermato professore di letteratura persiana dell’Università di Tehran, si sta affacciando alla soglia dei quarant’anni quando il passato riemerge con prepotenza nella sua vita. Una studentessa polacca, Eliza, si presenta nel suo studio senza preavviso dicendo di essere la figlia di Adri, la ragazza che Shamim aveva amato da giovane e che gli aveva spezzato il cuore con una partenza tanto inspiegabile quanto definitiva. Adesso, ventitré anni dopo, Eliza è arrivata da Varsavia carica di notizie e determinata a far luce sul vissuto di sua madre e della nonna, Barbara, che durante la Seconda guerra mondiale aveva trovato rifugio nella città di Isfahan dopo essere approdata in Iran insieme ad altre migliaia di profughi polacchi reduci dai gulag sovietici. Nonostante la moglie e la figlia insistano per lasciare il paese, sempre più in balia del tumultuoso clima elettorale del 2009, Shamim decide di rimanere. Incoraggiato dall’inseparabile amico d’infanzia, Taher, accetta di aiutare Eliza nelle sue ricerche, anche nella speranza di dare finalmente un senso all’abisso di domande che Adri aveva lasciato dietro di sé. Ritornerai a Isfahan è un viaggio che ripercorre settant’anni di storia facendoci riscoprire una pagina comune tra l’Iran e l’Europa, a memoria di quando le rotte migratorie erano invertite rispetto al presente. Ma è soprattutto un commovente racconto sull’affetto come sentimento che travalica i legami di sangue e sulla tremenda capacità delle passioni umane di resistere allo scorrere del tempo.
3° – Sangue di pesce di Jirí Hájícek – @keller: Dopo quindici anni vissuti all’estero, Hana torna al suo villaggio natale sulle rive della Moldava dove è cresciuta, ha sognato di sposarsi e diventare insegnante. Tutto però è andato diversamente e ora, di nuovo a casa, per lei sembra giunto il momento di fare i conti con il passato in un viaggio tra ricordi e persone ritrovate, interrogativi e situazioni da risolvere. Hana ci riporta indietro negli anni, intrecciando di nuovo la sua vita con quella degli amici e degli affetti di un tempo coi quali combatteva fianco a fianco contro la tetra centrale nucleare che minacciava di spazzare via le loro campagne e la memoria della loro stessa esistenza, mentre su tutto si stendeva soffocante lo spettro di Černobyl’ e del progresso. «Sangue di pesce» è il canto di resistenza di un villaggio di fronte alle pressioni della modernità cieca e della tecnica, è testimonianza del tempo presente e del sentire che lega le persone ai luoghi da cui provengono, ma è anche un’avvincente storia di amicizia tra individui che il destino ha sparso per il mondo. Un libro che parla di ambiente, di desiderio di coesione, del potere dell’amore e del perdono e che è stato premiato con il prestigioso Magnesia Litera.
4° – Élise o la vera vita di Claire Etcherelli – @lorma: Dove si nasconde la «vera vita»? Élise l’ha inseguita fino a Parigi lasciandosi alle spalle una Bordeaux di case popolari dove vivere era solo un compito già scritto. Al fianco dell’adorato e irrequieto fratello minore Lucien, che va maturando un’impetuosa coscienza di classe, Élise scopre la metropoli quasi con apprensione. Siamo alla fine degli anni Cinquanta e le tensioni sociali s’intrecciano al boom economico. La ragazza trova lavoro in fabbrica – luogo al contempo di sfruttamento ed emancipazione – dove conosce l’operaio algerino Arezki. Alla catena di montaggio nasce un amore scomodo, costretto a fare scandalo suo malgrado. Nel razzismo imperante, la coppia consuma le notti al riparo dal disprezzo della società, passeggiando per i boulevard di Parigi in cui risuona sommessa la parola «liberazione». Sullo sfondo, come un basso continuo, gli echi della guerra d’Algeria. Il potere comincia a rispondere al dissenso con i manganelli, finché la Storia non s’infila tra le pieghe della loro relazione e la trascina con sé. Pubblicato in Francia nel 1967, Élise o la vera vita racconta un amore fatto di silenzi e coraggio, consegnandoci alle scelte di una donna – e di una generazione – in lotta per deviare il corso del mondo.
5° – L’ora di Agathe – Anne Cathrine Bomann – @iperborea: In una cittadina francese degli anni Quaranta, uno psicanalista fa il conto alla rovescia, con puntiglio maniacale, delle ore che lo separano dalla pensione. Scapolo e senza amici, la sua vita si divide tra lo studio, dove ascolta svogliatamente i pazienti fingendo di prendere appunti mentre disegna caricature di uccelli, e la casa d’infanzia in cui ancora abita e si rintana dal mondo, origliando dai muri la vita del vicino che non ha mai visto. Qualcosa cambia quando una giovane tedesca di nome Agathe insiste per essere presa in cura da lui. Costretto ad accettarla suo malgrado e nonostante l’imminente ritiro, il medico scopre che dietro quell’aspetto fragile si nasconde una donna forte, sagace, pronta a scavare nel suo passato per affrontare il trauma inconfessabile che le ha imbrigliato l’esistenza. Una donna che lo affascina e lo sfida cogliendo in lui quel male di vivere che li accomuna e li lega in un’intesa sottile. Una paziente capace di girare lo specchio e invertire i ruoli, obbligando lui, lo psichiatra a fine carriera, il vecchio disilluso, a guardare dentro la sua stessa infelicità e a mettere in discussione, solo ora e per la prima volta, la sua vita. Scrittrice e psicologa, Anne Cathrine Bomann realizza un romanzo che dalla sua delicatezza e finezza empatica trae un fascino peculiare. L’ora di Agathe è il racconto di una tardiva quanto fervida educazione sentimentale, il diario di una lotta interiore tra il desiderio di intimità con gli altri e con il mondo e la paura di perseguirlo, una storia che ci costringe a rallentare il ritmo, ad affinare i sensi e i pensieri, trascinandoci dolcemente nel percorso dei due protagonisti, inseguendo la speranza di essere sempre in tempo per ricominciare.
6° – Il fucile da caccia di Inoue Yasushi – @adelphi: Quando, nel 1949, il critico d’arte e poeta Inoue Yasushi pubblica il suo primo romanzo, Il fucile da caccia, ha già quarantadue anni. Ma tutti, da subito, capiscono di trovarsi di fronte a uno scrittore importante. E sebbene le numerose opere successive non abbiano fatto che confermare questa impressione, nessuna di esse ha mai eguagliato la folgorante perfezione della prima: qui, infatti, Inoue (che in seguito scriverà libri ben più corposi) trova nella brevità una misura ideale; e nell’oscillazione fra il detto e il non detto raggiunge un miracoloso equilibrio narrativo. Un equilibrio impervio come il gioco amoroso che tiene legati i destini dei quattro personaggi, un uomo e tre donne, e che, pur appeso a un filo sottilissimo, li accompagna nel corso degli anni senza mai ledere la calma ritualità delle loro esistenze. E tuttavia il romanzo è attraversato da una tensione costante, da una rabbia sorda e trattenuta che non esplode neanche alla fine, quando ogni menzogna è stata svelata, ogni passione consumata, e a regnare è la consapevolezza che ogni essere è abitato da una vita segreta, inavvicinabile.
7° – La valigia di Sergei Dovlatov – @sellerio: «Leggendo e rileggendo Dovlatov viene in mente Cechov» hanno osservato i critici di questo scrittore ebreo russo prematuramente scomparso in esilio poco dopo la caduta del regime sovietico, ma originale e appartato rispetto allo stesso mondo della dissidenza. Tanto appartato e originale da aver fatto dire di sé che era sopra ogni cosa un «dissidente dalla vita». E si potrebbe aggiungere, più estemporaneamente, che leggendo e rileggendo Dovlatov, venendone a conoscere – attraverso i suoi libri a sfondo sempre fortemente autobiografico – l’atteggiamento di vita, amaro e dissipatorio, viene forse in mente anche il grande americano Carver. Dovlatov racconta sempre di piccoli episodi quotidiani, dai quali trae, mescolando il grottesco della vita con una bizzarra natura filosofica dei suoi personaggi (il più delle volte drop out che si arrangiano a vivere in Russia come in America), pessimistiche lezioni: le quali risultano al lettore contemporaneamente di irresistibile umorismo e assolutamente veritiere. Nella Valigia, Dovlatov raccoglie tutti gli oggetti che intendeva esule, portare via da Leningrado: a ogni oggetto corrisponde un episodio e un personaggio della sua vita vagabonda. «Pensai: ma davvero è tutto qui? E risposi: sì, è tutto qui».
8° – I detective selvaggi di Roberto Bolaño – @adelphi: «Leggendo i Detective selvaggi si ride, ci si infastidisce, ci si commuove, si ha paura, ci si annoia, si soffre, ci si sente persi, si prova ansia, si sogna, si crede che possano esistere ancora passioni estreme, ci si illude che la poesia abbia senso, si pensa che niente abbia senso, si crede che tutto sia vano, e ci si convince che vivere sia meravigliosamente insano: dove si trova qualcosa del genere nei romanzi degli ultimi trent’anni? Da nessun’altra parte c’è il caos logico di Bolaño, da nessuna parte i poeti sono i detective selvaggi della vita, in nessun altro scrittore di oggi la letteratura è così grandiosamente allegra e disperata». Giuseppe Montesano
9° – Nuotare con un elefante tenendo in braccio un gatto di Yoko Owaga – @ilsaggiatore: C’è un bambino nato con le labbra chiuse, a cui manca il silenzio del suo primo giorno di vita. Entrato in un deposito degli autobus, la sua attenzione è attirata da una vettura fuori servizio: è coperta di rampicanti, muschio, foglie morte; all’interno non ha sedili né corrimano, ma scrigni scolpiti con decorazioni arabescate, lampade liberty, posate d’argento, arazzi. Nell’autobus vive un uomo dalla carne debordante, appassionato di scacchi e pasticcere provetto, che al bambino decide di trasmettere tutto il suo sapere: aperture, strategie, arrocchi e attacchi doppi. Ma soprattutto gli insegna a tracciare, mossa dopo mossa, magnifici disegni sulla scacchiera. Il posto del bambino però non è di fronte all’avversario: è sotto la scacchiera, da dove muove i pezzi senza vederli, solo ascoltandone il suono. Alla morte dell’uomo – sempre più grasso, e impossibilitato a scendere dall’autobus –, il bambino passa sotto la scacchiera intere giornate, finché non viene invitato a unirsi a un club prestigioso quanto segreto, il Circolo di scacchi sul fondo del mare, dove smettere di diventare grandi è doloroso come piegare il proprio corpo per entrare in un automa e muovere i pezzi attraverso i suoi arti meccanici. D’ora in poi lo chiameranno Little Alechin, dal nome del «poeta della scacchiera». Inno alla fanciullezza e all’innocenza, Nuotare con un elefante tenendo in braccio un gatto rivela ancora una volta l’immaginazione di Yoko Ogawa, qui declinata nelle tonalità soffuse di una favola, e la sua capacità di intessere trame di sogno – o, più spesso, di incubo – sull’ordito di una realtà contemporanea altrimenti fosca, indefinita: aloni morbidi di colore, verde, blu, bianco, illuminano così le profondità subacquee dell’adolescenza, con il loro non detto, il loro rimosso, i loro porti sepolti di segreti. Tornare alla luce significa morire, e forse un po’ vivere.
10° – L’estate in cui mia madre ebbe gli occhi verdi di Tatiana Tibuleac – @keller#: Aleksy ricorda ancora l’ultima estate che ha trascorso con sua madre. Sono passati tanti anni da allora, ma quando il suo terapeuta gli consiglia di rivivere quel periodo del proprio passato per tentare di superare il blocco creativo che sta vivendo come pittore, Aleksy inizia un viaggio che lo farà confrontare con le emozioni dell’estate in cui lui e la madre arrivarono in un paesino di villeggiatura francese… Come superare la scomparsa di sua sorella? Come perdonare la madre che lo ha rifiutato? Come affrontare la malattia che la sta consumando? Questa è la storia di un’estate di riconciliazione, di tre mesi in cui madre e figlio depongono finalmente le armi, spinti dall’arrivo dell’inevitabile e dalla necessità di fare pace tra loro e con sé stessi. Tatiana Ţîbuleac mostra una grande intensità narrativa in questa storia sulle relazioni madre-figlio che unisce risentimento, impotenza e fragilità. Un romanzo forte e commovente che intreccia vita e morte in un appello all’amore e al perdono. Una delle grandi scoperte dell’attuale letteratura europea.










