La mostra di Vitaliano Marchetto alla società Economica di Chiavari chiude domenica 26 maggio. Ultimi giorni quindi per ammirarle.

Marchetto è uno scultore. Principalmente lavora col cemento col quale modella guerrieri senza tempo.

Qui espone anche diverse opere che, pur nella complessità della materia, non possono che definirsi bidimensionali e, quindi, pittoriche.

Dato che di scultura non capisco nulla, mi soffermerò su queste ultime.

Sono tutte opere di grande formato che ritraggono volti giovani. La loro espressione, il loro silenzio li pongono ancora una volta (come le sculture dei guerrieri) oltre la dimensione temporale.

Sono seri e compunti i volti dei modelli usati (o, più probabile, le facce immaginate da Marchetto), non sorridono e guardano con intensità l’osservatore.

La tecnica usata ricorda la dimensione materica di Kiefer. Anche in questo caso alla materia si sovrappone materia, che poi Machetto lavora e pulisce e sottolinea fino ad ottenere il volto richiesto.

Solo che mentre Kiefer costruisce le proprie visioni in ambito paesaggistico e con suggestioni oniriche e svariati riferimenti alla letteratura sacra e filosofica, qui Marchetto, come detto, punta alla atemporalità, alla bellezza come chiave di una lettura del mondo.

L’uso controllato del colore, le rare scolature, il gesto a tratti rabbioso col quale definisce quei volti denunciano con chiarezza la sua essenza scultorica più che pittorica.

Nel complesso la dimensione delle opere, la loro fissità, il loro sguardo, la scarnezza nell’uso del colore e, viceversa, la potenza dei bianchi e dei neri fanno sì che dalla mostra si esca turbati da tanta evocazione di bellezza lontana.

Il sentimento è trattenuto, sospeso, in quel tempo assente che mi pare una delle chiavi di queste opere.