Silvestra Sbarbaro ci invita a leggere La novella degli scacchi di Stefan Zweig.

Silvestra ci scrive.

La Novella degli scacchi, un piccolo capolavoro, metafora dello sfacelo e della tragedia abbattutasi sull’Europa negli anni quaranta del secolo scorso, è l’ultimo racconto scritto da Stefan Zweig prima del suo suicidio, avvenuto il 22 febbraio 1942 ed è ispirato ai suoi ultimi giorni di vita a Petrópolis, in Brasile, dove si era rifugiato per fuggire al nazismo, e in cui l’unica distrazione era una scacchiera.

La novella si sviluppa su due piani: nel primo la voce narrante (ovvero l’autore) racconta di quando su un piroscafo diretto da New York a Buenos Aires, ebbe modo di incontrare il campione mondiale di scacchi Mirko Czentovič, uomo rozzo e ignorante che per denaro, accetta di sfidare alcuni viaggiatori appassionati del gioco che vengono puntualmente sconfitti, fino a quando non si avvicina al tavolo un misterioso signor B. che, con i suoi consigli, riesce a strappare una patta al campione.

Zweig, grande biografo, riesce ad avvicinare il misterioso giocatore e a farsi raccontare la sua storia, una storia di reclusione e passione, nella Vienna caduta sotto Hitler.

Pagine intense, in cui descrizioni, dialoghi e azioni sono perfettamente equilibrati e trasmettono con perfezione la forza con cui una passione arriva a sottomettere l’appassionato.

Nel segreto della propria cella, in un accesso di delirio febbrile, il protagonista è eccitato dall’infinita varietà di mosse e soluzioni possibili su una scacchiera; inizia a giocare contro se stesso ininterrottamente, senza pensare ad altro, finché la passione di trasforma in vizio, mania, rabbia, follia.

Se dal un lato il “gioco dei Re” gli ha permesso di salvarsi, dall’altro è diventato un’ossessione, come se l’autore volesse suggerirci che salvezza e dannazione camminano per mano.

Maurensig, che ha ammesso di aver letto e studiato Zweig, ha probabilmente tratto ispirazione da questa novella per scrivere La variante di Lüneburg.

Dalla presentazione dell’editore:

Mirko Czentovic, contadino dalle maniere rozze e dalle modeste facoltà intellettuali, è diventato in pochi anni campione del mondo di scacchi. Il suo è un talento straordinario, che egli sfrutta in maniera puramente utilitaristica: Czentovic non gioca a scacchi per la gloria o suggestionato dalla bellezza estetica che li caratterizza, ma unicamente per i soldi. Le sue strategie sono fredde e meccaniche, prive delle qualità artistiche che spesso contraddistinguono i Maestri. Czentovic è tuttavia un portento, e lo dimostra anche sulla nave che lo sta portando a Buenos Aires dopo una lunga e fortunata tournée americana, durante la quale ha vinto un torneo dopo l’altro. Invitato dal narratore e da altri passeggeri, accetta di giocare contro tutti loro per 250 dollari a partita. Com’era prevedibile, per gli sfidanti non pare esserci nessuna speranza di tenergli testa e tanto meno di batterlo, finché un nuovo arrivato inizia a suggerire le mosse che ribaltano le sorti dell’incontro. Chi è il misterioso passeggero capace di sconfiggere il campione del mondo? E come ha imparato a giocare così bene visto che nessuno lo conosce nel mondo degli scacchi? Il dramma che l’ignoto scacchista rivive nel corso del torneo porta il lettore fin negli abissi della mente umana. Ma a delinearsi potentemente nel capolavoro di Zweig, attraverso l’indimenticabile voce del dottor B., sono soprattutto gli anni bui del nazismo e del suo efficientissimo apparato repressivo.