Da Silvestra Sbarbaro riceviamo gli appunti su Il popolo degli abissi di Jack London.

Silvestra ci scrive: “Buongiorno, da quando prendo in prestito presso le biblioteche la maggior parte dei libri che leggo, ho preso l’abitudine di scrivere qualche appunto, e visto che c’è questa opportunità, mi fa piacere condividerne alcuni con voi. Grazie per l’accoglienza.”

Eccoli.


Nell’estate del 1902 lo scrittore americano Jack London, come dice lui stesso con spirito da esploratore, si addentrò nei bassifondi di Londra, il famigerato West End per verificare se il quel luogo esisteva ciò che è buono, ovvero rafforza la vita e la salute fisica e spirituale, e ciò che al contrario la debilita, la sminuisce, l’annienta e dunque è cattivo: nel West End tutto era cattivo.

Fingendosi un marinaio squattrinato rimasto senza lavoro, condivise la terribile realtà dei diseredati, dormendo negli ospizi e nelle baracche, frequentando poveri, prostitute, mendicanti, insomma tutti quegli esseri umani definiti “rifiuti” dai padroni e dai capitalisti e denunciando, senza mezzi termini, che l’aristocrazia prospera e si arricchisce annientando la vita degli otto milioni di sudditi che muoiono letteralmente di fame.

Non dimentichiamo che in quegli anni l’impero britannico era la più grande potenza mondiale, celebrata con entusiasmo da scrittori come Kipling o Conan Doyle, mentre il reportage di London fu osteggiato in quanto portava alla luce il lato oscuro della società capitalistica del tempo ed è rimasto fino ad oggi poco conosciuto.

In uno degli ultimi capitoli London raffronta il popolo primitivo degli Inuit che vivono alla foce del fiume Yukon in Alaska con il popolo degli abissi di Londra.

“Sono una popolazione molto primitiva, che mostra solo qualche vago presentimento di quello straordinario artificio che è la civiltà. Il loro patrimonio ammonta forse a due dollari a testa. Si procurano da mangiare cacciando e pescando con strumenti rudimentali. Non manca loro il riparo. I loro vestiti, fatti per lo più di pelli animali, sono caldi. Hanno sempre di che alimentare il loro fuoco e legno per edificare le loro case che costruiscono in parte sotto terra e nelle quali giacciono al caldo nei periodi di freddo più intenso. Durante l’estate vivono nelle tende, aperte al vento fresco. Sono sani, forti e felici. Il loro unico problema è il cibo. Hanno periodi di abbondanza e le loro carestie. Ma la fame come condizione permanente di un numero rilevante di persone non esiste. E per di più non hanno debiti. Nel Regno Unito, ai margini dell’oceano atlantico, vive il popolo degli inglesi. Sono una popolazione molto civilizzata, il loro patrimonio ammonta almeno a trecento dollari a testa. Non si procurano il cibo con la caccia e la pesca, ma costruendo faticosamente marchingegni
complicati. Per lo più soffrono per la mancanza di riparo. Gran parte di loro vive in abitazione abiette, non ha abbastanza combustibile per ripararsi dal freddo ed è vestita in modo inadeguato. (…)
Gli inglesi sono quaranta milioni, e fra loro 939 persone su mille muoiono in miseria, mentre otto milioni fanno costantemente la fame. “

Aggiungo che l’ottima edizione del Vascello della Robin è corredata dalle foto dell’autore.


Dalla presentazione dell’editore:

L’opera dimenticata del grande scrittore americano. Mentre altri autori suoi contemporanei si limitavano a cantare ciecamente le glorie dell’impero Britannico, allora giunto al suo massimo fulgore, London, travestitosi da marinaio, si addentrò, nel 1902, nell’East End della capitale britannica, e si calò completamente nella più disastrata delle realtà sociali: dormì nelle baracche, frequentò prostitute, poveri, ogni genere di umanità rifiutata dalla città “alta”. Un capolavoro letterario e un vero e proprio trattato sociologico.