Sabato mattina all’Anteo Palazzo del Cinema di Milano è stato proiettato il film documentario di Wim Wenders dal titolo Anselm.
Il film racconta la vita e l’arte di Anselm Kiefer, oggi uno dei massimi artisti tedeschi viventi. La lavorazione del film, ci è stato detto, ha comportato tre anni di incontri e riprese, coprendo, oltre che i principali dati biografici dell’artista, i suoi luoghi di lavoro e il suo modo di lavorare.
Kiefer nasce in una piccola cittadina del sud ovest della Germania, Donauschingen, sede fin dal 1921 del principale festival mondiale di cosiddetta musica nuova. Il festival durante il nazismo fu spostato in altra sede, ma poi fece ritorno a Donauschingen appena finita la seconda guerra mondiale, proprio gli anni in cui nasceva Kiefer (1945). E’ quindi ragionevole pensare che l’infanzia e l’adolescenza di Kiefer si sia svolta in un ambiente cittadino piccolo, provinciale, è probabile, ma vivace e ambizioso.
Nel film si dà notizia del fatto che al liceo Kiefer propose un progetto di viaggio per ripercorrere le tappe della vita di Van Gogh e questo progetto gli fece vincere una borsa di studio per realizzare quel viaggio.
Poi l’incontro con Joseph Beuys di cui diventò allievo. Il racconto autobiografico, ripreso da Wender, dice che Kiefer scrisse a Beuys e quello, di risposta, gli chiese di vedere alcune sue opere. Al che il nostro partì alla volta di Dusseldorf con un maggiolino arancione sul cui tetto aveva legato numerose tele. Evidentemente il viaggio fu d’estate e col bel tempo ed evidentemente le tele piacquero, visto che Kiefer entrò nella Accademia di Beuys.
A quella scuola Kiefer assunse innanzi tutto la convinzione che tutto può essere utilizzato per fare arte e che la propria vita stessa deve essere dedicata interamente ed essenzialmente all’arte.
La svolta, in termini di notorietà nazionale e internazionale, avvenne negli anni a cavallo tra il 1968 e il 1969 (a ventitre / ventiquattro anni) quando Kiefer realizzò una serie di autoscatti in giro per l’Europa in divisa della Wehrmacht e col braccio alzato in un Heil Hitler che, come è facile intuire, scatenò fortissime reazioni, in generale ostili, tanto che ancora oggi Kiefer gode maggior fama all’estero che in patria.
Bisogna ricordare che “dal 1950, furono organizzati numerosi processi anche in Germania. Infatti, mentre già nel 1961 il processo Eichmann celebrato a Gerusalemme aveva suscitato una forte reazione emotiva in tutto il mondo, il procedimento tedesco più importante ebbe luogo a Francoforte, dal 20 dicembre 1963 al 20 agosto 1965, ed ebbe come centro i crimini commessi da cittadini tedeschi nei campi di Auschwitz. Da quei tragici eventi, erano ormai passati quasi vent’anni: la Germania era di nuovo prospera, sotto il profilo economico, e aveva problemi politici di straordinaria grandezza, primo fra tutti quello di Berlino, ove il muro che divideva il settore non controllato dai comunisti dal resto della città era stato costruito nel 1961. In queste circostanze, era forte nell’opinione pubblica tedesca la tentazione di dimenticare il passato, di lasciarlo cadere nell’oblio, senza alcuna seria operazione di autocritica o, per lo meno, di riflessione collettiva.” (vedi Istituto Storico Piacenza)
In quegli stessi anni Gerhard Richter organizzò la sua prima mostra esponendo numerosi collage composti da fotografie di gente comune e di nazisti. Anche in quel caso la reazione dell’opinione pubblica tedesca fu di ostilità.
In ogni caso, come si diceva, gli autoscatti di Kiefer gli diedero una notorietà improvvisa e generale. Nel film di Wender a questo proposito dichiara con onestà che se fosse nato venti anni prima non sa come si sarebbe posto nei confronti del regime nazista e che quegli autoscatti (uno di fronte anche al Colosseo) erano tesi a riproporre un tema, la rielaborazione del proprio passato, che a suo dire stava scomparendo dal dibattito pubblico.
Fatto sta che, a giudicare sempre dal film di Wender, di lì in avanti gli si aprirono le porte del mercato statunitense, dove iniziò ad esporre le proprie opere pittoriche e le proprie sculture e installazioni.
Il suo successo americano lo impose anche sulla scena europea ed oggi Kiefer, come testimonia questo film, è un artista di enorme popolarità.
Il film è preciso e poetico. I riferimenti culturali ispiratori dell’opera di Kiefer sono esposti e raccontati con la giusta evidenza. Celan e Heidegger sono le principali fonti di pensiero ed emozioni, anche se poi negli anni Kiefer ha approfondito lo studio della Kabbalah soprattutto in chiave esoterica.
Le sue opere sono filmate in maniera estesa e ripetuta, tanto che si può dire che il film stesso possa essere considerato una estesa visita ai suoi atelier.
Merita assolutamente di essere visto. Sulla pittura di Kiefer conto di tornare nello specifico.
