Da Silvestra Sbarbaro riceviamo la recensione di P. Auster, Baumgartner.
Paul Auster: ritorno o addio?
In una vecchia intervista Auster diceva che «quando si arriva a cinquant’anni si è circondati dai fantasmi. Vivono dentro di noi e passiamo così tanto tempo a parlare con i morti quanto ne passiamo con i vivi. Anche i giovani sanno che moriranno, ma per gli anziani è la perdita degli altri che ha un effetto molto profondo: la vita è breve, è fragile, ti inganna. Dopotutto, quante persone amiamo davvero nel corso della nostra vita? Poche, molto poche. Quando la maggior parte se ne va, la mappa del nostro mondo interiore cambia».
In questo ultimo libro, scritto in ospedale (malato di cancro) lo scrittore completa la sua riflessione sul tema forse a lui più caro: la percezione e il significato della morte (recentemente ha perso il figlio Daniel), che già aveva affrontato mirabilmente in Diario d’inverno e Invenzione della solitudine, ma è tutt’altro che una storia triste: ha diversi momenti di leggerezza e di gratitudine per la vita e anche qualche episodio divertente.
Buona parte della narrazione si perde nei ricordi: “Sarebbe il caso di indagare come alcuni momenti fugaci e imprevedibili restano impressi nella memoria, e invece altri, in teoria più importanti, svaniscono per sempre” si chiede mentre sonnecchia sulla sdraio in giardino in una splendida giornata di settembre; oppure dopo un sogno che vive come reale, dove da un telefono che non funziona più sente la voce della moglie morta ormai da dieci anni dirgli “Il vivo può mantenere il morto in una specie di limbo provvisorio tra la vita e la non-vita, ma quando muore anche il vivo, allora è la fine, e la coscienza del morto si spegne per sempre”.
Forse suggestionata dalla recente visione di Perfect Days, ho trovato una certa affinità con il film di Wenders: entrambi in là con gli anni indagano, in modi e mondi diversi, sul significato dell’esistere: lo fanno con mezzi diversi ma con grande saggezza e maestria.

Dalla presentazione dell’editore:
Professore di filosofia, vedovo da dieci anni, Seymour Baumgartner non si è mai rassegnato alla perdita dell’amata moglie Anna, traduttrice e poetessa, e affronta la vita con un senso di straniamento e una certa goffaggine. Nonostante le malinconie e gli acciacchi dell’età, però, Baumgartner è una persona affabile e generosa. Possiede la saggezza di chi ha vissuto e sa quanto sono importanti i rapporti umani, che vanno coltivati con cure continue e una buona dose di ironia e di umorismo. Passando gran parte del tempo a lavorare nel suo studio, Baumgartner intreccia una buffa e disperata trama di relazioni con le persone che si affacciano alla sua porta, finché in un sogno, o visione del dormiveglia, incontra Anna, che gli rivela di essere bloccata in una terra di mezzo tra il mondo dei vivi e l’aldilà: è l’inguaribile nostalgia del marito a impedirle di concludere il suo ultimo viaggio. Per liberare Anna, con logica ineccepibile, Baumgartner decide di far procedere la sua vita e si butta in una relazione sentimentale con una loro vecchia amica. Ma questo è solo l’inizio di una serie di vicende imprevedibili e scatenate come solo Paul Auster, il virtuoso della «musica del caso», poteva immaginare. Perché ricordiamo certi momenti e ne dimentichiamo altri? Cosa resta di noi quando non ci siamo piú? Pieno di tenerezza, lo sguardo di Paul Auster riesce a trovare la bellezza negli episodi fugaci di un’esistenza ordinaria e unica allo stesso tempo. Baumgartner è un capolavoro sul dolore della memoria, l’opera piú luminosa dell’autore di 4321.
