Riceviamo da Claudio Cherin una nuova recensione.
Laura Luchetti rende omaggio a Cesare Pavese, con il suo terzo cortometraggio, ispirato al romanzo breve La bella estate, con il quale lo scrittore vinse il Premio Strega nel 1950.
Laura Luchetti rimane fedele al romanzo. Si capisce anche che la regista deve essere entrata nel mondo di Pavese, nei suoi silenzi, nelle sue parole, nel suo modo di pensare.
Il film, come il libro, è ambientato nella Torino del 1938. A Ginia, che si è appena trasferita in città dalla campagna, il futuro sembra offrire molte possibilità. Un suo sogno si avvera: la assumono in un elegante atelier di moda. Ma Ginia, come tutte le ragazze, sogna l’amore. Ad un certo punto trova l’amore nel giovane pittore Guido. Ma chi la conduce alla scoperta degli ambienti artistici della Torino bohémien è Amelia: poco più grande, sensuale e provocante, molto diversa da tutte le persone che ha conosciuto in vita sua. Questo incontro non solo seduce la ragazza, ma mette a dura prova le sue certezze, perché Ginia è divisa tra il senso del dovere e la scoperta di un desiderio che la confonde.
Ginia, lentamente, cade nei piaceri della vita cittadina e alla vita regolare che conduce ‒ l’atelier, la vita fugale, a cui l’hanno abituata i genitori contadini, la quotidianità con il fratello operaio ‒ sostituisce la vita irregolare dell’ambiente bohémien cittadino.
La bella estate affronta il passaggio dall’adolescenza alla maturità, la scoperta del desiderio, dell’amore, del sesso, e il bisogno di libertà. Una libertà, che si oppone alle norme della società borghese e della morale della campagna. Ginia conosce, così, anche la sua frustrazione, perché è più vulnerabile dei suoi amici, ed è meno abituata a varcare limiti e confini. E di molte ‘cose della vita’ ignora l’esistenza.
Per dare forma alle parole di Pavese, Luchetti ha scelto l’attrice Yile Yara Vianello, che sa rappresentare il candore della giovane pura negli impacci, nei turbamenti, nelle paure di fronte alle varie prime volte: la goduria con cui fuma la sigaretta, lo spaesamento e perfino la delusione dopo il primo incontro sessuale, l’inatteso bacio con Amelia ripreso da lontano quasi per pudore, il ballo messo in scena come coreografia di un atto erotico.
La bella estate è un film che descrive in modo adeguato le situazioni: si ferma a descrivere le tensioni emotive di ogni personaggio, per poi passare a raccontare i conflitti tra i vari personaggi, che confluiscono nella vita della protagonista.
Grazie alla fotografia di Diego Romero Suarez Llanos, che cerca la luce naturale, e alle musiche di Francesco Cerasi, le scenografie di Giancarlo Muselli, i costumi di Maria Cristina La Parola la regista restituisce un’epoca con un tocco equilibrato (e mai calcato) di un Giorgio Morandi.
Anche il personaggio di Amelia, interpretata da Deva Cassel, evoca più che provocare. Sullo sfondo c’è una Torino che si percepisce più nello scorrere delle stagioni, che nella sua architettura austera.
La bella estate di Laura Luchetti è stato presentato al festival di Locarno.
