Da Claudio Cherin riceviamo la recensione di La casa degli incontri di Martin Amis.


Ne La casa degli incontri dello scrittore inglese Martin Amis (1949 – 2023) è un russo ‒ di cui non sappiamo il nome, ferito e decorato al valore nella Seconda guerra mondiale, e poi figura importante nel territorio di quella che era fino al 1989 la Germania dell’Est ‒ a parlare.

Da quello che dice e dal modo in cui si rivela, fin da subito, si capisce che è un uomo violento, astuto, coraggioso in guerra; alto, forte e di bell’aspetto; intelligente ma anche colto. Un vincente, insomma, capace, però, di uccidere e stuprare. Senza sentire rimorso alcuno.

Nonostante sia un guerriero e un russo perfetto finisce in un campo di lavoro, non se ne sa la vera ragione, ma certo non per quello che ha fatto o per quello che è o è stato. Ed è lì che, nel 1948, vede arrivare il fratellastro Lev, un uomo dall’aspetto debole e sciatto, balbuziente e con «una faccia senza mento».

Lev è un poeta e un non violento, condannato per aver fatto un commento positivo sulle Americhe. Chi lo ha denunciato non sapeva che quello era un modo inventato dai due fratelli per raccontare la bellezza di Zoya e non una critica all’Unione Sovietica. Zoya, ad un certo punto, diventa la moglie di Lev. E l’io narrante, anche lui innamorato della donna, ci rimane male.

A questo racconto si intreccia quello del protagonista ormai vecchio ‒ è nato nel 1919 e, quando scrive, siamo nel 2004 ‒ che è tornato in Siberia su di una nave di turisti con l’intenzione di morire. Con l’intensione di morire in Russia, dopo aver visto il campo dove è stato internato.

Il motivo del viaggio non viene mai detto. Nostalgia? Bisogno di ritrovare un equilibrio (come ha dichiarato una donna ebrea che tornava ogni anno nei pressi del campo di sterminio nel quale era stata internata per trovare un ordine che nel mondo normale non trovava)? O forse solo visitare il luogo che ha cambiato per sempre la sua vita? O visitare il luogo che gli ha permesso di diventare quello che è? Difficile dirlo.

Il più probabile rimane forse la ricerca di un luogo che non c’è più: l’ Urss.

La casa degli incontri di Martin Amis è forse un testamento, un memoir, una confessione dove non c’è posto per la malinconia. Il grottesco, la spietatezza e l’humor nero con cui l’io narrante racconta la storia corrode ogni vaga idea di ‘risarcimento’ per una vita passata nel gulag. L’io narrante non ha rimpianti di sorta. Sapeva in qualche modo che per gli orrori commessi (gli stupri, nell’avanzata verso Berlino) quegli anni nel gulag erano necessari. Cosa che lo avvicina all’anima russa dei Karamazov o Se è mezzanotte nel secolo di Victor Sorge, del più recente Il monastero di Zachar Prilepin.

Non c’è redenzione in un personaggio del genere, come in molti altri dello scrittore inglese. Proprio questo suo ‘non voler essere perdonato’, come il peggiore demone dostoevskijano, lo rende un formidabile personaggio della letteratura. Non c’è molta differenza, infatti, con l’io de Le memorie del sottosuolo di Dostoevskij o de Le benevole di Littell.

La casa degli incontri è un libro sbozzato e spurio. Spietato è cinico. Verso tutto e tutti: brindare all’arrivo del circolo polare artico, linea immaginaria da dove inizia un mondo di fredda morte, di sogni spezzati e ‘di non ritorni’, morti per stento e di freddo, cosa può essere, se non una dissacrante forma di non rispetto? Per l’io narrante, a ottant’anni, nulla ha più valore.

O forse solo uno ne ha: la stabilità feroce dell’Urss con i suoi leader, che hanno saputo creare l’inferno, ma anche un ordine, che ora non c’è più. Al resoconto di un viaggio, scabro e ellittico, si contrappone il viaggio verso la coscienza umana: non tanto perché scritto in prossimità della morte, ma perché indirizzato a sua figlia.

La verità raccontata non riguarda solo gli orrori e i delitti, ma anche la sconsolata diagnosi sul carattere di un Paese, il cui destino è sancito nelle parole conclusive del libro: «la Russia sta morendo. E io sono contento».

Il titolo, La casa degli incontri, si riferisce a una costruzione accanto al campo di lavoro di Norlag, in cui le mogli dei prigionieri, dopo un viaggio che durava settimane se non mesi, potevano incontrare per una notte quel che restava dei loro mariti e passarvi la notte.

Proprio in questo luogo Lev, la sera del 31 luglio 1956, rivede sua moglie Zoya. Quell’incontro è il clou del libro. Ma che cosa avvenga davvero nel corso di quella notte artica, il protagonista non lo saprà, e non lo farà sapere, se non nelle ultime pagine del romanzo, quando il fratellastro e la sua ex moglie saranno tutti morti, e finalmente si deciderà di aprire la devastante lettera-testamento del fratello.
Lev è riuscito in quel mondo (quello del gulag) a trovare un attimo di tregua?

Le rivelazioni sono amare. Lev si perde nel meccanismo del gulag. E non riuscirà ad uscirne. Neanche una volta liberato.

I tempi sono scanditi dagli avvenimenti politici della Russia (pochi ma chiari gli accenni all’attentato di Beslan, che l’io narrante guarda con una certa orrorifica meraviglia), ma non è un libro politico, questo, anche perché tutto quello che Martin Amis aveva da dire sui crimini del più raggelante serial killer della storia lo aveva già detto qualche anno prima in Koba il terribile, libro incentrato sulla figura di Stalin.

Dalla presentazione dell’editore:

Nel campo di lavoro di Norlag c’era un edificio riservato alle visite coniugali: lo chiamavano «la casa degli incontri». Donne coraggiose e disperate coprivano distanze continentali, in viaggi che duravano settimane se non mesi, solo per poter passare una notte con il loro compagno internato nel gulag. Ma le conseguenze di questi incontri erano spesso fatalmente tragiche.
Sarà così anche per due fratelli innamorati della stessa donna, divisi da un conflitto che neanche la prigionia riuscirà a sanare, un risentimento che si proietta oltre la morte dei protagonisti e si riflette nel declino di un’intera nazione.

Il protagonista di questa bruciante confessione non può proprio definirsi un eroe: è un uomo istintivo e violento, che durante la Seconda Guerra Mondiale «si è fatto strada in quella che sarebbe stata chiamata Germania Est a suon di stupri», ma allo stesso tempo è un individuo capace di grandi slanci emotivi e dotato di una sensibilità che può solo definirsi «tipicamente russa». Ormai è vecchio e l’antica autoindulgenza ha lasciato il posto al rimorso e all’amarezza: decide di tornare in patria – da cui era fuggito vent’anni prima – e intraprendere un ultimo disperato viaggio attraverso la Siberia, nei luoghi che lo videro internato in un gulag da dopo la guerra fino al mutamento del clima politico successivo alla morte di Stalin.
Le giornate al suo interno sono scandite da un implacabile calendario di violenze: nel campo la vita nuda si rivela in tutta la sua crudeltà e quell’esperimento chiamato Unione Sovietica viene a reclamare il suo costo in vite umane.
A Norlag, un inferno artico «poco sopra il sessantanovesimo parallelo», è rinchiuso anche il fratellastro del narratore, Lev. A dividerli non sono solo le inclinazioni – Lev è un poeta e un pacifista – ma anche l’amore di Zoya, una giovane ragazza ebrea, bellissima e sensuale, che con la sua scelta decide il destino dei due uomini.

La casa degli incontri è stato acclamato dalla critica inglese e americana come il romanzo migliore di Martin Amis, in cui il dettaglio della ricostruzione storica si fonde con una delle più sorprendenti e coinvolgenti immersioni nell’anima di un popolo. Una storia di risentimento e amore fraterno, di disperazione e disgusto per se stessi, di sopravvivenza ai propri tradimenti e alla morte di una nazione. Ma soprattutto la cronaca terminale di un lento e velenoso declino, perché: «quello che non ti uccide non ti rende più forte. Ti rende più debole, e ti uccide in un secondo momento».