Col mese di settembre chiudiamo le votazioni per determinare chi sarà il lettore o la lettrice della sesta edizione di Prima i Lettori.

Ricordo che per votare basta cliccare qui oppure usare l’app che appare sulla parte destra del sito.

Queste alcune delle citazioni in concorso:

Gabriella Ventura ci segnala Trieste è un’altra di Pietro Spirito, Mauro Pagliai Editore.

“..Oggi la stazione ferroviaria di Rozzol-Montebello, l’unica rimasta dove i cartelli e gli arredi parlano ancora la voce dell’antico impero, non è più una stazione. ….. La stazione, con la sua facciata in pietra arenaria, compare in fondo alla strada distaccata e dignitosa come un’anziana signora. La stessa che in questo momento si affaccia a una finestra del pianterreno…. Si chiama Loredana Stefanucci, ha 74 anni e abita uno dei locali della stazione.  Ogni mattina Loredana si alza e si prende cura del suo privato scalo ferroviario. Non ha importanza se ormai da decenni i treni non si fermano più… L’importante è tenere tutto in ordine. ….  Loredana abita qui da quando, nel 1968, suo marito ferroviere fu travolto e ucciso da un treno in manovra nella stazione della frazione carsica di Opicina. Le Ferrovie dello Stato le assegnarono un appartamento dello scalo di Rozzol e da allora, ogni giorno, Loredana si occupa di quanto serve: spazza la pensilina, lucida i cartelli, lava i pavimenti della sala d’aspetto e della biglietteria.  ….”

Da Lorenza Rappoldi riceviamo Simonetta Agnello Hornby, Un filo d’olio, Sellerio editore Palermo.

“Pasto leggero ma importante, l’unico in cui avessimo diritto di scelta, la nostra merenda era semplice e consisteva di pane con due diversi tipi di companatico: quello di casa e quello dell’orto. Se non volevamo i tradizionali pane e olio, pane e zucchero, pane e burro, pane burro e sale, pane bagnato e imbevuto di limone, pane burro e zucchero, pane burro e miele, pane e acciuga, pane e cotognata, il pane della merenda potevamo infatti conzarcelo nell’orto: ciascuno di noi si portava un coppitello di sale preparato da Caterina in cui intingere la punta di un cetriolo, un pomodoro o un peperone raccolto direttamente dalla pianta e poi lo mordicchiavamo accompagnato dal pane.”

Da Paolo Pomodoro riceviamo Timothy Brook, Il cappello di Vermeer – il Seicento e la nascita del mondo globalizzato.

“C’è in quadro di Vermeer, il Geografo, che rende facile farsi un’idea del mondo sempre più vasto che attorniava Delft e che la stava invadendo. Il dipinto si apre sullo studio dell’artista, uno spazio chiuso, ci sono finestre luminose dipinte da un’angolazione così stretta che i vetri non lasciano vedere niente di ciò che c’è fuori, in strada. In questo caso tuttavia la stanza trabocca di oggetti che rinviano ad un mondo più ampio. Il dramma che Vermeer allestisce sul suo palcoscenico riguarda il desiderio di capire il mondo: non quello degli interni domestici, ma le sterminate distese in cui si avventuravano mercanti e viaggiatori, riportando in patria splendidi oggetti e racconti mirabolanti.”
Da Michela Campi riceviamo M. Bussi, Ninfee nere, E/O edizioni.

“Tre donne vivevano in un paesino. La prima era cattiva, la seconda bugiarda e la terza egoista. Il paese aveva un grazioso nome da giardino: Giverny.  La prima abitava in un grande mulino in riva a un ruscello, sul chemin du Roy; la seconda in una mansarda sopra la scuola, in rue Blanche-Hoschedé-Monet; la terza con la madre in una casetta di rue du Château-d’Eau dai muri scrostati. Neanche avevano la stessa età. Proprio per niente. La prima aveva più di ottant’anni ed era vedova. O quasi. La seconda ne aveva trentasei e non aveva mai tradito il marito. Per il momento. La terza stava per compierne undici e tutti i ragazzi della scuola erano innamorati di lei. La prima si vestiva sempre di nero, la seconda si truccava per l’amante, la terza si faceva le trecce perché svolazzassero al vento.”

Da Marco Grando riceviamo Albrecht Goes, Notte Inquieta Ed. Marcos Y Marcos

“Questa è la dolcezza dell’amore: le ore diventano anni. E questa è la saggezza dell’amore: l’attimo si fa lungo come un anno. Hanno una notte sola, quei due. Ma vuol dire: sempre.”

Da Michela Campi riceviamo Rupi Kaur, Milk and honey, Tre60 editrice.

“M’hai toccata
senza neanche
toccarmi”

Da Gabriella Ventura riceviamo R. Carvelli, La gioia del vagare senza meta.

“…Davanti al piccolo stadio in periferia del Viktoria Zizkov, lungo la direzione che dal mio albergo porta per via diretta alla stazione, ecco, l’incontro con mia madre. Lo stesso di Berger, che all’epoca non avevo ancora letto. Sto camminando e ho all’improvviso la sensazione di un dolore acuto al petto. Da lontano vedo sopraggiungere una donna che le somiglia in modo impressionante. Mano a mano che si avvicina, la fitta al cuore cresce, fino a che, arrivata la donna a un paio di metri, di colpo finisce per non assomigliarle più. E’ in quel momento che ho provato il dolore definitivo e forte della morte di lei. ….Forse la gente muore davvero solo quando noi glielo permettiamo…..”

Da Marco Grando riceviamo O. Guez, La scomparsa di Josef Mengele, Ed. Neri Pozza.

“La North King fende l’acqua melmosa del fiume. Dall’alba i passeggeri, saliti sul ponte, scrutano in lontananza, e ora che sbucano dalla nebbia le gru dei cantieri navali e la linea rossa dei magazzini del porto i tedeschi intonano una canzone militare, gli italiani si fanno il segno della croce e gli ebrei pregano, nonostante la pioviggine, le coppie si baciano, il bastimento arriva a Buenos Aires dopo tre settimane di traversata. …”

Da Michela Campi riceviamo A. D’Avenia, Ciò che l’inferno non è.

Vento e luce al mattino frustano le strade di Brancaccio, quartiere fatto di case simili alle squame di un pesce in una città che sussulta al sole sempre più lentamente, mentre muore, spasimando acqua e vita. Zona oscura del porto senza fine che è Palermo, con il mare alle spalle, Brancaccio sorge sui detriti che ogni mare abbandona sulla costa. Su quei frantumi il Cacciatore cammina…..”

Da Gabriella Ventura riceviamo S. Claesson, Chi si ricorda di Yngve Frej.

“Niente intrattimento, niente notizie per questi esseri dimenticati che la loro parte l’hanno fatta. Sì, l’hanno fatta e tutto il loro lavoro e la loro fatica non hanno portato che a quel silenzio….”

Da Paolo Coletti riceviamo P. Paci, Caporetto andata e ritorno.

“..Nessun conflitto nella storia d’Italia e d’Europa, nemmeno la seconda guerra mondiale con i suoi 55 milioni di morti, ha lasciato negli italiani tracce psichiche e materiali tanto consistenti: la Grande Guerra, se vogliamo considerarla da un punto di vista drammaturgico, è stata l’ultima guerra di eroi, una leggenda il cui racconto non si esaurisce mai. ….

da Anna Valentini riceviamo K. Adbolah, Uno scià alla corte d’Europa, Iperborea.

“… La sua carrozza si avviò seguita da altri duecento tra carri e carrozze, che trasportavano in un corteo infinito i compagni di viaggio e i bagagli. Lo scià aveva preso con sé sei delle sue trecento mogli, quelle più dotate di buone maniere, in pratica le principesse della sua diretta famiglia reale.

A distanza di oltre centotrenta o forse centocinquant’anni, guardo dalla finestra della biblioteca dell’università di Amsterdam la carrozza dello scià e la carovana che la segue. Trovo meraviglioso sapere più cose io del loro viaggio di tutti quanti loro. …”