Questi sono i testi e la breve presentazione discussi lunedì sera.

I testi di cui labbiamo letto gli estratti sono:
Grossman, segnalato da Melania Gastaldi di Brescia, con ”Che tu sia per me il coltello”, “Nevica sull’isola di Baro” di Sobrero segnalato da Raffaella Rogora di Milano, una poesia di Pasolini da “La religione del mio tempo” segnalato da Fernanda Sacchieri di Roma, “Oceano mare” di Baricco segnalato da Francesco Frisoni di Genova e, infine, Murakami con “1Q84” inviatoci da Antonio Achille di Bari.

Due parole di introduzione generale.

Melania Gastaldi ci ha segnalato un testo di Grossman. Grossman è un signore di sessantanni israeliano. Dopo aver iniziato in televisione come conduttore di programmi per bambini, verso i trentanni ha iniziato a pubblicare sia saggi che romanzi, alternando i toni leggeri a temi più meditati.
Il testo segnalato è un romanzo epistolare, o almeno questa è la forma letteraria a cui maggiormente si avvicina. In realtà il libro è diviso nettamente in due parti: le lettere di lui a lei e le lettere di lei a lui. Non si segue quindi una cronologia, quanto il nascere e lo spegnersi di un amore impossibile. E già perché i protagonisti di questo romanzo non si sono mai incontrati e si conoscono solo per mezzo della parola scritta.
Lui ha intravisto lei e ha iniziato a scriverle e lei, lei ha risposto.
Qui Grossman, riprendendo un tema proposto da Kafka nelle lettere a Milena, approfondisce il tema dell’amore come sentimento perfetto, che supera le distanze e gli ostacoli e si nutre di un sentimento che è innanzi tutto identitario. Tu sei per me il coltello che permette di liberare il mio vero io. Da quel che si legge in rete c’è chi ha odiato questo libro all’estremo giudicandolo noioso e troppo intellettuale e chi invece lo giudica un capolavoro di introspezione psicologica.

Raffaella Rogora, invece, ci invita a leggere Sobrero. Corrado Sobrero è uno scrittore milanese poco noto al grande pubblico, ma con una affezionata schiera di estimatori, sia via web che su carta. Dopo aver pubblicato nel 2006 il romanzo qui segnalato, nel 2011 con il Canto della balena arriva in finale nel concorso promosso da Sololibri.net, portale di letture e scrittura. Poi a ottobre del 2012 improvvisamente muore a quarantaquattro anni. Nevica sull’isola di Baro racconta la nascita di un sogno, inseguito a dispetto di tutto e tutti dal protagonista. Ambientato, come ancheil successivo “Il canto della balena”, in una isola immaginaria, Sobrero segue ed innova quel realismo magico che ha contraddistinto la letteratura sudamericana, di cui sposa l’ironia e la leggerezza, aggiungendovi una spruzzata di rigore bocconiano. Bravissimo nello stuzzicare curiosità, Sobrero diceva che scrivere è come cucinare per amici affamati ed esigenti. Mi pare una bella metafora.

Fernanda Sacchieri, romana, ha postato un bella poesia su Roma di Pasolini. Di Pasolini si è detto tutto e il contrario di tutto. Certamente si tratta di uno degli intellettuali più lucidi e attivi che l’Italia del dopoguerra abbia avuto. La sua poesia è sempre alta, nella concezione e nella forma. Dopo gli inizi classici (nella forma) in lingua friulana (credo che Pasolini si sarebbe messo a gridare a difesa della specificità del casarsese rispetto al goriziano o ad altre versioni del dialetto di quella terra), col passaggio a Roma Pasolini alterna immagini quasi filmiche della città (come la poesia qui segnalata) ad un lavoro di sgrossamento e di definizione di una identità sempre in bilico tra l’individuo e il sociale. Le Ceneri di Gramsci e La religione del nostro tempo, entrambi a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta, definiscono questa ricerca e ne delimitano i contorni alla scomparsa di una Italia rurale e alla comparsa e floridezza di una piccola borghesia cittadina sempre più ignorante e lontana, oltre che ai continui dubbi e ripensamenti circa cosa significhi essere sinistra in Italia.

Francesco Frisoni, genovese, segnala Oceano mare. Oceano Mare di Baricco è il suo secondo romanzo dopo Castelli di rabbia. Baricco lo conosciamo. E’ di Torino, tiene una scuola per scrivere, è del 1958. In particolare e ai nostri fini è l’affabulatore fascinoso, quello che arrotola la pagina affinché scorra senza traumi e scossoni, ma sempre carezzando l’udito, come capita a chi ascolti un sussurrio lontano. Organizzato in tre libri, Oceano Mare unisce l’esotismo al rigore della Montagna Incantata, personaggi improbabili che si trovano ad agire l’uno con l’altro nella ricerca di una sopravvivenza con e sul mare, elemento evidentemente vitalistico sopra ogni altro.

Antonio Achille ci ha mandato Murakami. Confesso che non conoscevo (e conosco poco) Murakami. Ho in casa da tempo Tokyo Blues, ma non ho mai trovato la voglia di leggerlo. Capita. Capita di leggere che è la storia di due ragazzi che si amano in silenzio e percorrono le strade di Tokyo e la memoria subito va a Banana Yoshimoto e ad un disastroso Kitchen e la voglia passa. Poi leggo il brano inviato e rimango stupito. Allora mi informo e scopro in Murakami il più noto e premiato tra gli scrittori contemporanei. Nato nel 1949, per un bel pezzo si è tenuto alla larga dalla letteratura, gestendo con la moglie un bar. Poi ha iniziato a scrivere e non ha più smesso. 1Q84 ispirato, molto liberamente ad Orwell (Q in giapponese riproduce un suono che significa nove – 9 e quindi 1Q84 potrebbe voler dire semplicemente 1984, ma Q è anche l’abbreviazione inglese di domande / question e quindi è un 1984 con il punto di domanda) racconta molte storie insieme tutte molto strane e, come annota il traduttore italiano, la potenza di Murakami sta proprio in questa capacità fantastica, più che nello stile della pagina. E’ quindi, intuisco, una scrittura fatta di sorprese e di invenzioni, più che di pura lingua. Divertente e interessante lo spunto del traduttore che dice che nel tradurlo in italiano ha dovuto limare, per non dire limitare, l’uso, tipico pare del giapponese, delle ripetizioni, figura retorica che se tradotta letteralmente avrebbe appesantito senza motivo il testo. Dice infatti, Giorgio Amitrano, il traduttore, che quanto è permesso e lecito in una lingua, a volte non lo è in un’altra, ma questa è una altra storia che forse approfondiremo in un prossimo incontro su Bellow e la letteratura americana.

Qui di seguito i testi.
CHE TU SIA PER ME IL COLTELLO – DAVID GROSSMAN (MONDADORI)220px-DavidGrossmann

“Ho letto una volta che gli antichi saggi credevano che nel corpo ci fosse un ossicino minuscolo, indistruttibile, posto all’estremità della spina dorsale. Si chiama luz in ebraico, e non si decompone dopo la morte né brucia nel fuoco. Da lì, da quell’ossicino, l’uomo verrà ricreato al momento della resurrezione dei morti. Così per un certo periodo ho fatto un piccolo gioco: cercavo di indovinare quale fosse il luz delle persone che conoscevo. Voglio dire, quale fosse l’ultima cosa che sarebbe rimasta di loro, impossibile da distruggere e dalla quale sarebbero stati ricreati. Ovviamente ho cercato anche il mio, ma nessuna parte soddisfaceva tutte le condizioni. Allora ho smesso di cercarlo. L’ho dichiarato disperso finché l’ho visto nel cortile della scuola. Subito quell’idea si è risvegliata in me e con lei è sorto il pensiero, folle e dolce, che forse il mio luz non si trova dentro di me, bensì in un’altra persona.”

“Nevica sull’Isola di Baro” di Corrado Sobrero, ed. Manni 2006.
Di tutto il libro, la parte che più mi ha colpito è a pagina 75. La ricopio qui sotto:

download (2)“…Ho capito che non può sempre vincere la Noia e che nessuno nasce segnato, predestinato ma ciascuno deve tracciare la propria strada. Ognuno può fare qualcosa, purché la faccia. L’Inedia e la Rassegnazione sono complici della Noia e dell’Ignoranza. Ho capito che camminare sempre con la testa bassa aiuta a vedere la strada ma non a vedere dove si sta andando. Ho capito che ogni legame non dura se non nasce libero, così come ogni mente non è viva se non è libera dalle gabbie della tradizione, da quello che dicono gli altri, dalle mille regole senza senso accettate solo per abitudine o per tradizione. Ho capito che si progredisce solo mettendo sempre in discussione tutto, a partire da se stessi, le certezze le hanno gli stupidi o gli appagati, e l’appagamento è spesso il primo sintomo di stanchezza, stanchezza di vivere, di vivere davvero, di costruire, di progredire, di crescere.
Ho capito che ognuno porta dentro di sé il prezzo che dovrà pagare per quello che fa, qualunque cosa faccia o non faccia, dica o non dica, ogni scelta è una rinuncia e ogni scelta implica coerenza ma la coerenza spesso limita la libertà di sbagliare.
Un po’ di incoerenza amplia la possibilità, a volte.
Ho capito anche che ho capito tutto questo confrontandomi con chi è diverso da me, con altre isole, altre idee, altri valori… .”

Serata romana

Dove vai per le strade di Roma,pasolini
sui filobus o i tram in cui la gente
ritorna? In fretta, ossesso, come
ti aspettasse il lavoro paziente
da cui a quest’ora gli altri rincasano?
E’ il primo dopocena, quando il vento
Sa di calde miserie familiari
Perse nelle mille cucine, nelle
Lunghe strade illuminate,
su cui più chiare spiano le stelle.
Nel quartiere borghese, c’è la pace
di cui ognuno dentro si contenta,
anche vilmente, e di cui vorrebbe
piena ogni sera della sua esistenza.
Ah, essere diverso – in un mondo che pure
È in colpa – significa non essere innocente…
Va, scendi, lungo le svolte oscure
del viale che porta a Trastevere:
ecco, ferma e sconvolta, come
dissepolta da un fango di altri evi
-a farsi godere da chi può strappare
un giorno ancora alla morte e al dolore –
hai ai tuoi piedi tutta Roma…

bariccoBaricco, Oceano Mare: Poi non è che la vita vada come tu te la immagini. Fa la sua strada. E tu la tua. E non sono la stessa strada. Così… Io non è che volevo essere felice, questo no. Volevo… salvarmi, ecco: salvarmi. Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei desideri. Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente: il dovere, l’onestà, essere buoni, essere giusti. No. Sono i desideri che salvano. Sono l’unica cosa vera. Tu stai con loro, e ti salverai. Però troppo tardi l’ho capito. Se le dai tempo, alla vita, lei si rigira in un modo strano, inesorabile: e tu ti accorgi che a quel punto non puoi desiderare qualcosa senza farti del male. É lì che salta tutto, non c’è verso di scappare, più ti agiti più si ingarbuglia la rete, più ti ribelli più ti ferisci. Non se ne esce. Quando era troppo tardi, io ho iniziato a desiderare. Con tutta la forza che avevo. Mi sono fatta tanto di quel male che tu non te lo puoi nemmeno immaginare.

Murakami HarukiHM-Monkey
traduzione dal giapponese di Giorgio Amitrano
EINAUDI

Stanno costruendo una casa per il guardiano o una stazione, e basta. Il mare ha l’aria fredda, torbida, ulula, e le onde coi capelli bianchi sbattono contro la sabbia, come volendo dire disperate: “O Dio, ci hai creato per cosa ?” E’ già l’oceano Pacifico, o Grande. Su questa riva di Najbuci si sentono i colpi d’ascia dei forzati e sull’altra riva, lontana, fantasticata, l’America. A sinistra si vedono nella nebbia i promontori di Sabalib, a destra pure promontori … e intorno non c’è anima viva, né un uccello, né una mosca, e sembra incomprensibile per chi ululino le onde, chi le ascolti di notte, cosa vogliano e, infine, per chi ululeranno quando me ne andrò. Qui, sulla riva, non ti sopraffanno idee, ma pensieri veri e propri; ci si sgomenta e nel contempo viene voglia di rimanere all’infinito, di guardare il movimento monotono delle onde e di ascoltare il loro ululato minaccioso.

( pagina 325 )